Il potere della volontà: la forza che orienta, non che consuma

Il potere della volontà di Alessandro Savino, è un testo che non si limita a raccontare un’idea: la attraversa. Savino non costruisce un manuale motivazionale, né un compendio di frasi fatte da appendere alle pareti degli uffici.

Il suo è un tentativo più radicale: riportare la volontà al centro dell’esperienza umana e professionale, restituirle quella dignità che la modernità ha smarrito dietro la retorica del “volere è potere”.

Il libro si apre con una confessione che tutti riconosciamo: la paura del fallimento. Savino la descrive con una sincerità che non cerca consolazioni, ma comprensione. “In un battito di ciglia tutto cambia”, scrive, e in quella frase si avverte la tensione di chi ha visto la volontà riaccendersi proprio nel momento in cui sembrava svanita. È una forza che non nasce dall’ottimismo, ma dalla verità: dal bisogno di rialzarsi quando nessuno guarda.
Questa è la cifra del libro: la volontà come movimento silenzioso, come gesto che non cerca applausi, come ritorno a sé.
Savino recupera la radice antica del concetto riportando in scena Ulisse. Non come eroe invincibile, ma come uomo che conosce i propri limiti e li aggira con lucidità. Il richiamo non è decorativo: l’eroe che si fa legare all’albero maestro per ascoltare il canto delle Sirene non è un simbolo di forza, ma di consapevolezza. Ulisse sa che la volontà non è invincibilità: è previsione dei propri limiti, è strategia, è disciplina. L’episodio delle Sirene, citato nel testo, è emblematico: Ulisse non tenta di resistere alla tentazione, la anticipa. Si lega all’albero maestro perché comprende che la volontà non è forza bruta, ma capacità di creare le condizioni per non soccombere.
Questa lettura restituisce alla volontà la sua natura più autentica: non un interruttore da premere, ma un processo che richiede trasformazione. Savino lo dice con chiarezza: non basta desiderare qualcosa, bisogna diventare il tipo di persona capace di farla accadere.

Una delle parti più riuscite del libro è la demolizione della retorica contemporanea del sacrificio senza scopo. Savino osserva come la società abbia trasformato l’ossessione in virtù: lavorare fino a notte fonda diventa segno di dedizione, non di squilibrio. Il “dare tutto se stessi” si svuota, si fa slogan, perde contatto con la realtà. La modernità ha trasformato la volontà in una formula da ripetere, non in una direzione da incarnare: “Volere è potere”, “dare tutto se stessi”, frasi che hanno perso peso, diventate moneta di scambio in una società che confonde la dedizione con l’ossessione.
La metafora della mosca intrappolata, tratta da You2, è potente: l’insetto sbatte contro il vetro convinto che la perseveranza sia sufficiente, ignorando la porta spalancata a pochi centimetri. Savino la usa per smontare l’idea che l’impegno cieco sia sinonimo di volontà. L’ossessione consuma, la volontà orienta. È la stessa diagnosi che Byung-Chul Han ha formulato nella sua critica alla società della prestazione: quando il lavoro diventa culto, la volontà si spegne e resta solo la stanchezza.

Il capitolo dedicato al talento è forse il più interessante dal punto di vista culturale. Savino ricostruisce la genealogia del termine, dalla Grecia alla parabola evangelica, mostrando come il talento fosse originariamente un mandato, non un privilegio. “Ciò che conta non è quanto si riceve, ma cosa si sceglie di farne”: la frase, riportata nel testo, è la chiave di volta dell’intero discorso.
Savino denuncia due derive contemporanee:
il talento elitista, che immobilizza chi non si sente “dotato” e illude chi crede di esserlo;
il talento democratico, che promette che chiunque possa fare tutto, generando frustrazione e mediocrità.
Il libro cerca un punto di equilibrio: riconoscere le predisposizioni, ma non idolatrarle; valorizzare l’impegno, ma non mitizzarlo.

E poi arriva quella scena scolastica: una lavagna, una professoressa, la domanda che tutti abbiamo sentito almeno una volta — quanto fa (a+b)²?
All’inizio sembra solo un esercizio, uno di quei passaggi che da ragazzi si ripetono senza coglierne il senso. Il “2ab” appare come un dettaglio, un’aggiunta tecnica, un pezzo di algebra che si impara per dovere e si dimentica per inerzia. Ma Savino lo riporta in vita con una vividezza che sorprende: quel doppio prodotto, che allora sembrava un orpello, diventa una metafora dell’umano.
Il quadrato del binomio, nella sua semplicità, racconta qualcosa che la matematica non dice esplicitamente: quando due elementi si incontrano, il risultato non è mai la loro somma. C’è sempre un di più, un valore aggiunto che nasce dall’interazione. Savino lo chiama “iterazione umana”: la capacità di generare qualcosa che nessuno dei due, da solo, avrebbe potuto produrre.
È il momento in cui la matematica smette di essere astratta e diventa carne.
La scena scolastica, che nel libro arriva come un lampo di comprensione tardiva, si intreccia con ciò che Vygotskij chiamava zona di sviluppo prossimale: le capacità non emergono nell’isolamento, ma nell’incontro. Non è la somma delle competenze individuali a fare la differenza, ma quel “2ab” che rappresenta la relazione, la cooperazione, la tensione condivisa verso un obiettivo.

Savino inserisce questa intuizione nel discorso più ampio sulla volontà: una forza che non solo muove l’individuo, ma amplifica il collettivo. La volontà non è un gesto solitario, è un campo di interazione. È ciò che permette a due persone di diventare più della loro somma, di generare un risultato che non appartiene né all’uno né all’altro, ma allo spazio che si crea tra loro.
Savino scrive con una voce che unisce rigore e sensibilità. Non indulge nella retorica motivazionale, non cerca scorciatoie emotive. Il suo approccio è narrativo, quasi pedagogico: ogni concetto è accompagnato da un esempio, ogni riflessione da un’immagine concreta. Il risultato è un testo che parla tanto al professionista quanto alla persona, perché la volontà – come Savino ripete – non è un fatto tecnico, ma esistenziale.

Il libro riesce a fare ciò che promette: mostrare che la volontà non è un accessorio del talento, ma la sua condizione di possibilità. E che nel mondo del lavoro, come nella vita, ciò che conta non è la scintilla iniziale, ma la capacità di alimentarla nel tempo.
Il potere della volontà è un libro che non si limita a motivare: educa. Non offre scorciatoie, ma strumenti. Non celebra il successo, ma il processo. È un testo che invita a guardare la volontà come un atto di senso, non come un esercizio di forza. E in questo, riesce pienamente.

 

Alessandro Savino è consulente del lavoro, formatore aziendale e autore. Opera presso aziende in tutta Italia occupandosi di controllo di gestione, analisi dei rischi, software aziendali e intelligenza artificiale applicata ai processi organizzativi. Ha all’attivo oltre duemila ore di docenza ed è tra i primi professionisti ad aver redatto il Bilancio sociale per la propria attività. Per Diarkos ha pubblicato Strategie di Business nel 2024 e Il potere della volontà nel 2026.

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