Nebbia cognitiva: perché il caffè del pomeriggio è la scelta sbagliata

nebbia cognitiva

La corteccia prefrontale è la regione cerebrale più sensibile allo stress e le sue funzioni si compromettono rapidamente.  Uno studio randomizzato di Stanford indica una tecnica di respirazione come alternativa con basi documentate

Difficoltà a concentrarsi, pensiero rallentato, fatica a recuperare parole di uso quotidiano. È il quadro che molte persone sperimentano nelle ore centrali del pomeriggio e che viene comunemente definito brain fog, o nebbia cognitiva.

Non si tratta di una diagnosi medica, ma di un insieme di sintomi con cause identificabili, in larga parte legate al carico cognitivo accumulato e allo stato di attivazione prolungata del sistema nervoso.

Il rimedio più diffuso, ricorrere a una dose aggiuntiva di caffeina, risulta controproducente proprio per la natura del fenomeno: la nebbia cognitiva non deriva da una carenza di attivazione, ma dal suo eccesso protratto senza intervalli di recupero.

La regione cerebrale più esposta allo stress

La corteccia prefrontale sostiene le funzioni cognitive di ordine superiore, come, per esempio, memoria di lavoro, attenzione sostenuta, pianificazione, selezione lessicale. È anche la regione più vulnerabile agli effetti dello stress.

Amy Arnsten, dell’Università di Yale, ha documentato in una rassegna pubblicata su Nature Reviews Neuroscience che anche uno stress lieve, purché percepito come non controllabile, produce una perdita rapida delle capacità cognitive prefrontali sia negli studi su modelli animali sia in quelli sull’uomo. Un’esposizione prolungata determina inoltre modificazioni strutturali dei dendriti prefrontali.

Il meccanismo coinvolge i neurotrasmettitori: sotto stress aumentano i livelli di noradrenalina e dopamina nella corteccia prefrontale, e sia una quantità insufficiente sia una eccessiva compromettono in modo marcato la memoria di lavoro. La relazione tra attivazione e prestazione cognitiva non è quindi lineare: oltre una certa soglia si inverte.

Perché il fenomeno si concentra nel primo pomeriggio

Tre fattori convergono in quella fascia oraria.

Il primo è il carico decisionale accumulato dal risveglio, in gran parte costituito da microdecisioni non registrate come tali ma che consumano risorse cognitive.

Il secondo è una flessione fisiologica della vigilanza legata al ritmo circadiano, presente anche in soggetti con sonno adeguato.

Il terzo è la durata dello stato di allerta, che in giornate caratterizzate da pressione, interruzioni e sollecitazioni continue si protrae per ore senza reali momenti di recupero.

A questi si aggiunge l’effetto del pasto: un pranzo abbondante o ricco di carboidrati raffinati accentua il calo pomeridiano.

Una tecnica con basi sperimentali

Nel 2023 un gruppo di ricerca dell’Università di Stanford guidato da Melis Yilmaz Balban, con David Spiegel e Andrew Huberman, ha pubblicato su Cell Reports Medicine uno studio randomizzato controllato su 111 partecipanti. La ricerca ha confrontato tre tecniche di respirazione, praticate cinque minuti al giorno per un mese, con un periodo equivalente di meditazione mindfulness.

Il sospiro ciclico, centrato su espirazioni prolungate, è risultato superiore alla meditazione mindfulness sia nel miglioramento dell’umore sia nella riduzione della frequenza respiratoria, uno degli indicatori dell’attivazione fisiologica.

La sequenza

  1. Inspirazione dal naso, piena ma non forzata.
  2. Seconda inspirazione breve, sempre dal naso, sovrapposta alla prima.
  3. Espirazione lenta dalla bocca, di durata pari a circa il doppio dell’inspirazione.
  4. Ripetizione per alcuni cicli, senza forzatura.

Il principio attivo è il rapporto tra espirazione e inspirazione: un’espirazione più lunga favorisce lo spostamento dell’equilibrio autonomico verso il ramo parasimpatico, quello del recupero.

Gli interventi preventivi

Sul piano delle abitudini quotidiane, alcuni fattori incidono sulla comparsa e sull’intensità del fenomeno.

  • Il sonno resta la variabile con il peso maggiore: nessuna tecnica compensa un riposo insufficiente o frammentato.
  • Le pause devono prevedere un’effettiva sospensione della richiesta attentiva. Il passaggio da uno schermo a un altro non costituisce recupero.
  • L’esposizione alla luce naturale nella prima parte della giornata sincronizza il ritmo circadiano e attenua la flessione pomeridiana.
  • Il movimento, anche di pochi minuti, riduce l’attivazione accumulata e interrompe la postura statica prolungata.
  • L’idratazione regolare è rilevante: una disidratazione anche lieve riduce attenzione e velocità di elaborazione.

Quando è opportuna una valutazione medica

La nebbia cognitiva può costituire il sintomo di condizioni che richiedono diagnosi: anemia da carenza di ferro, carenze di vitamina B12 o D, disfunzioni tiroidee, diabete, apnee notturne, stati infiammatori, esiti di infezioni, variazioni ormonali, effetti di terapie farmacologiche.

È indicato rivolgersi al proprio medico quando i sintomi persistono nonostante sonno e abitudini adeguate, quando peggiorano progressivamente, quando interferiscono in modo significativo con l’attività quotidiana, o quando si accompagnano ad altri segnali quali stanchezza rilevante, variazioni di peso, umore persistentemente basso o disturbi del sonno importanti.

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